EmersaSommersa

Alberto Scodro è di Nove, la città delle ceramiche, quasi tutte a buon prezzo. Alberto ha studiato da artista, ma per vocazione è un ginnasta e un fisico. La sua curiosità per l’energia l’ha portato a mettere il naso nelle trasformazioni. A Bruxelles ha convertito l’impianto di riscaldamento di un edificio in una grande caffettiera. Alla base della funambolica operazione ci sono due cose che conosciamo molto bene: lo scambio termodinamico e la magica strozzatura che consentono all’acqua bollente di attraversare tortuosamente i grani della preziosa polvere per trasformare l’energia termica in caffeina. Nella testa di Scodro l’estensione di una caffettiera alla scala di un edificio è ragionevole tanto quanto l’energia impiegata ogni giorno in tutto il mondo per regalare a milioni di individui altrettanti shottini di caffeina. Al centro dell’opera sta il guizzo, ovvero il desiderio della scintilla che spinge il cervello a fare qualche capriola in più. Nel caso della caffettiera-edificio è l’intero giro di tubi a partecipare all’epifania del caffè. Nel caso di tutti i giorni è l’intera società a lavorare per l’ambita tazzina: un café, s’il vous plaît. Serré. Come gli scienziati Alberto Scodro dice sempre la verità: lavoriamo per il punto G della strozzatura e per ripartire. Ora che ci abbiamo preso gusto, riprendiamo il filo del discorso dalle note persistenti di Venezia. Scodro presenta un gruppo di sculture dalla serie UG (Untitled GlassSand). Si tratta di dodici opere allestite nella vasca antistante il Padiglione della città. Anche se paiono efflorescenze riesumate dai fondali, sono prodotte nei suoi forni di Nove fondendo a mille gradi vetro, sabbie, scarti e altri manufatti. Nel soffermare il nostro sguardo riconosciamo parti di bottiglie, rubinetti, decori, fiori e scritte. Forse dentro c’è anche una caffettiera: tutte cose umane da pulire con il Vim se non si vuole che diventino croste arrugginite o rottami per bruciatori. Eppure, malgrado tutta questa trivialità in gioco, l’apparentamento con alcune meraviglie della natura come funghi, muschi, coralli o minerali le rende sorprendenti. Sanno di natura, di sghiribizzo, di sommerso e di tempo. La dottrina Scodro: materia, energia, tempo. Guardare le UG è come fare un corso accelerato sulle quattro cose che la modernità ci ha insegnato: non più purezza, non più origine, non più perennità, ma solo trasformazione sotto l’egida dell’unica triade di cui abbiamo certezza: materia, energia, tempo. Dice Scodro che se si tagliano le UG in due o in tre l’unica cosa che cambia è la forma, la stratificazione delle materie invece è la stessa. C’è da credergli e da trarne qualche indicazione. Nelle sue opere non c’è carrozzeria e anche la lavorazione è spinta verso i battiti minimi. L’artista ci mette le mani, sa prima quasi cosa potrebbe uscire, ma la parte del gigante la fa la reazione in cottura. È il calore ad accelerare il collasso a cui le materie, abbandonate al loro destino di compressione, sarebbero destinate. Quello che vediamo è quello che succederà. La buona notizia è che è inedito ed è bello. Nel pensare al progetto, più volte ci siamo detti delle somiglianze “concettuali” tra le opere di Scodro e Venezia. Abbiamo provato a chiarire alcune questioni a proposito in un testo che ci ha aiutato a muoverci con intenzioni più chiare. Il perno dello scritto è la sostanza mitica della città: “A guardarla dalla nostra vicinanza parrebbe che sin dalle sue origini Venezia abbia sconfessato i propri confini geografici. È probabile che qualcuno, più di uno, a un certo punto debba aver intuito la possibilità di affermarsi nei territori più fruttuosi del mito. Per farlo ha approfittato del mare e della voce trasognante della sua città, la cui singolarità, vale la pena ricordarlo, poggia sullo scheletro che la regge: una querciaia remota e palafittica che la connette ai fondamenti della vita. Dal punto di vista di chi la vive, Venezia è uno spazio naufrago: l’espressione organica, quotidiana e anche un po’ impertinente della fragilità. La felice instabilità della città è interamente racchiusa nella connessione tra l’acqua e la terra, due cosette che appartengono alla chimica elementare della vita, anche di quella poetica e filosofica e che direzionano le nostre volontà nella somma tra la materia e l’immaginazione.” Venezia è così. Quando arrivi in città, se non sei veneto e il giorno è tra quelli sbagliati, paghi: 5 o 10 euro (la differenza la fa la solerzia) per camminare sull’acqua. Come Gesù o Riccardo Selvatico. Fu quest’ultimo, il meno noto tra i due, che a fine ‘800 decise che a Venezia tirava l’onda giusta per raccogliere in un giardino i miraggi di tutto il mondo. Con questi pensieri nella testa, abbiamo creduto che le capriole concettuali di Alberto Scodro avrebbero potuto sintonizzarci ai pensieri dei grandi fondatori. In vasca le dodici sculture sono accompagnate da un canneto di maniglie slanciate su prolunghe di misura variabile, da trenta centimetri a tre metri. I lunghi tubi consentono l’accesso a porte subacquee tracciate in acqua con delle bollicine. Penso si tratti del nostro mondo, ma colto come se fosse visto da sotto: la maniglia X aprirà il cancello di Palazzo Ducale, quella Y il Fontego dei Turchi; e poi Palazzo Fortuny, il Molino Stucky, Ca’ Rezzonico o Palazzo Mocenigo. Tutti luoghi in cui la meraviglia ha superato l’integrità: gli stucchi hanno inseguito le inclinazioni delle fondamenta che hanno ceduto, per evitare di scivolare un muro si è appeso all’altro muro e l’oro pur di resistere si è arrampicato anche sugli specchi. È chiaro come da queste parti le cose non siano più separate: l’intero e il disfatto, la resistenza e la fragilità, il sopra e il sotto, la natura e la cultura, la forma e la parola, la materia e l’immaginazione. No. Tutto sta insieme in una continuità impropria. Emersasommersa, recita il titolo della nota di Scodro per il Padiglione Venezia. Poteva essere anche tempospazio, organicoinorganico, rottamegioiello, naturacultura. La prova di Scodro sta nel suggerire capriole. Nella parentesi di mondo alla Biennale la piscina è ferma e tutto il resto gira. Pare il Tagadà che installano ai Giardini a Natale. Lo vedi girare sin dalla Giudecca. Se non l’ha inventato Scodro, avrebbe potuto farlo. Per intanto, ai bordi della vasca del Padiglione l’espediente immaginifico evidenzia come a Venezia la grandezza non appartenga alla terra o al cielo, ma alle acque. Un’infilata di briccole regge la città e le dona un senso di illusione. Noi tutti, camminandoci sopra con una certa sbadata fiducia ci chiediamo: come può Venezia stare dove sta? Perché non se l’è portata via il vento come accade con una zattera? Perché vediamo ancora tutta la città e non solo il campanile di San Marco che spunta dal pelo dell’acqua come nel lago di Resia? Le spiegazioni ingegneristiche rassicurano i nostri passi senza ottenebrare il mito. Venezia resta l’unica Atlantide di cui possiamo fare esperienza viva. È la metafisica dell’acqua: starci sopra equivale a interrogarci su come possiamo superare la nostra condizione. Girando l’angolo in una calle, ad esempio, potremmo incontrare Poseidone, Gadiro o Mestore. Forse non proprio loro, ma qualcuno che pensiamo essere un loro lontano parente, sì. Si chiamerà Mark, Anton o Felicia, parlerà inglese e farà l’artista o l’architetto o il poeta. Ma cosa cambia? Chiunque quando arriva qua è protagonista di una rinascita. A casa sua si sente una schifezza. A Venezia mentre va in vaporetto è un essere con le ali al posto dei capelli o un sireno disposto al viaggio, alla poesia e al sentimento. Ragionando attorno a questi spunti, mentre guidava sul suo furgone verso Nove, Alberto Scodro ha scelto di non soffermarsi sul rischio che corre Venezia di essere irreversibilmente castigata dalla furia di Dio a causa di un eccesso di avarizia. È un tema a cui bisognerebbe dedicare tre noiosissime Biennali di fila, come si fa con i bambini quando si decide di punirli sul serio. Invece no, anche Scodro si è messo in ascolto dei cantici della laguna, rivolgendo la sua dedica alle trasformazioni fantastiche, magistralmente coltivate dalla città che ogni giorno fa l’amore con l’acqua e con la realtà. Scodro lo sa, ma anche se non lo sapesse, se ne fregherebbe. Continuerebbe a fare le capriole: i fisici, gli artisti e i ginnasti fanno così.

Denis Isaia